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Haiti

 

Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo, il più povero delle Americhe. Non è esente da alcuna delle grandi problematiche della miseria: sete, fame, violenza, mancanza di infrastrutture e lavoro, quasi inesistenza di una rete sanitaria. E così via. L’ONU calcola che fra il 2019 e il 2020 la fascia di popolazione haitiana al di sotto delle due soglie della miseria (reddito procapite di 2,00 e 1,25 dollari al giorno) sia aumentata dell’80%, passando da 2,6 a 4,6 milioni di persone. 

Le determinanti sono la crescente violenza politica e comune, la fuga di investitiori e capitali (anche haitiani), l’esaurimento delle rimesse degli emigrati (colpiti negli USA e altrove dalla disoccupazione post Covid-19). Un nostro amico, notissimo economista a Port-au-Prince, spiega che per uscire dalla miseria basterebbero tanti posti di lavoro, ben retribuiti, per una generazione: jobs jobs jobs. Dei quali però non si vede l’ombra, e il paese affonda. Intanto solo nel nostro piccolo quartiere di baracche nella capitale, solo in un mese, ufficialmente ben sessanta persone sono state assassinate per la strada. A queste si aggiungono quelle sparite, i corpi che galleggiano in mare, le donne e i bambini violentati, i rapiti. Ultimamente girando per le nostre attività non vediamo più bianchi: sono stati quasi tutti rimpatriati, perché il rischio di essere assaltati, rapiti e uccisi è diventato quasi una probabilità. Quello che ci spinge a non mollare è quello che ci ha spinti fin dall’inizio ad andare: l’imperativo di stare con gli ultimi, imperativo che a maggior ragione vale quando la gente sta peggio.

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Progetto Haiti

La scelta di operare ad Haiti è conseguenza delle vicende personali di Janusz Gawronski che in quello stato dei Caraibi ha conosciuto il dramma e la bellezza della povertà estrema. “Una volta vista, anche solo per dieci minuti, si annida nel cuore, impedisce di continuare a vivere a prescindere” (Diario da Haiti di Janusz del 21 aprile 2016). In conseguenza dal 2016 siamo attivi nell’isola di Gonave, Haiti, nello sperduto villaggio di Port de Bonheur, non identificabile sulle mappe online. Il villaggio contiene circa 600 anime, le quali ogni giorno lottano contro sete, fame, malattie, assenza di opportunità. Il circondario del villaggio arriva a circa trentamila persone prive di quanto in occidente non si potrebbe immaginare. In una nazione dove la popolazione raddoppia ogni vent’anni, i bambini di Port-de-Bonheur sono circa trecento.

Il nostro  villaggio

Il nostro villaggio conta circa 600 anime, le quali ogni giorno lottano contro sete, fame, malattie, assenza di opportunità, in un ambiente desertificato da secoli di deforestazione. Al villaggio non ci sono strade, ma solo piste, fra sassi e rocce; non c’è elettricità, illuminazione, polizia, amministrazione, medici o infermieri, acqua dolce, bagni, fogne, servizi, collegamenti con il resto del mondo. Una parte della popolazione soffre la fame al punto di alimentarsi ingoiando terra. La malnutrizione è endemica, causando in tutti e in particolare nei bambini una crescita vistosamente inferiore alla media, un generale indebolimento e abbassamento delle difese immunitarie. Alcuni bambini e non pochi adulti vivono in sostanziale schiavitù. Qualche bambino lo abbiamo sottratto al proprio “legittimo proprietario” e accolto in una nuova casa comunitaria. Il quadro è molto difficile. Grazie a Dio le persone evidenziano una ammirevole resilienza, gioia di vivere, adattabilità, intelligenza, voglia di cambiamento.

I nostri progetti

Lo sviluppo umano è un processo di apprendimento. Infatti, anche quando tutto è distrutto, una popolazione può risollevarsi velocemente, un’altra neanche in cent’anni. La differenza la fanno il patrimonio funzionale collettivo e la consapevolezza di essere capaci di costruire il proprio futuro (empowerment).  

Acqua

Bagni, fogne e servizi: portare l’acqua a chi ne ha bisogno

Centro della salute

Assicurare un’assistenza sanitaria di prima risposta

Abitazioni

Realizzare una casa per le famiglie indigenti

Casa comunitaria

Una casa comunitaria per i bambini in affido

Socialità

Creare un punto di ritrovo per la comunità

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