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Nel polpastrello si piantano piccole scaglie di vetro. È che all’aeroporto di Miami, mentre dormivo, sono rotolato sopra, oppure lui è scivolato sotto, dentro il sacco a pelo, fatto è che ho sfondato l’iPad, a destra, nella zona del tastone. Riesco a scrivere, con qualche inconveniente.

Gli spostamenti sono difficili, un continuo punto di domanda. Certe tratte le faccio volentieri a piedi, come tutti gli haitiani. Da due mesi gli haitiani camminano. Ruscelli e torrenti di adulti e bambini, incamminati dove devono, con dignità. Mentre poche centinaia di delinquenti, al soldo della politica, paralizzano tutto, distruggendo la speranza.

Alla casa comunitaria ci arrivo il giorno dopo, con una moto fermata per strada. Fermare una moto sconosciuta, per strada, una delle pochissime che ha trovato carburante. Ci si squadra. In mezzo secondo, si decide se ci si può fidare. Qualche giorno fa, un colombiano ha guardato senza vedere. Il motociclista l’ha caricato, però poco avanti gli ha sparato, se ne è andato con il bagaglio. Finora a me sono toccate persone oneste. Casa comunitaria. Bambine in festa. Joudna è cresciuta. Esther si sta facendo donna. Joulendi è ancora spaesata. Mi propongono uova, con pomodori e cipolle.

Dopo, Esther mi scorta orgogliosa fuori dallo slum, mano nella mano, esibendomi a tutti. La ragazzina conosce le scorciatoie fra le baracche. La Route Nationale #1 ci accoglie con un silenzio surreale: mancano, alla vista, alcune migliaia di veicoli rombanti. Invece, massi sull’asfalto, per fermare le automobili. Un rifiuto alla normalità di queste povere barricate ha anche un suo senso, produce per qualche giorno un’atmosfera respirabile, un silenzio inaudito, nella megalopoli stracciona.