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Ieri, venerdì 27 settembre, è stato il giorno peggiore nella storia di sedici anni della Repubblica di Haiti, da quando le Nazioni Unite hanno invaso il paese nel 2003 per sottrarlo al caos. Ieri il cielo della città è stato un susseguirsi di colonne di fumo nero, dappertutto, delle barricate, degli esercizi in fiamme. Se nei giorni precedenti con i rivoltosi si poteva tentare di ragionare, ieri sono usciti i machete, le armi automatiche. Interi quartieri sono stati sottoposti prima al saccheggio, poi all’incendio. Sui gruppi di sicurezza ai quali sono iscritto è circolata roba da non credere. Qualche scena particolarmente cruda, di cadaveri in pasto a maiali, hanno sollevato scalpore, sono state rimosse. L’orrore rimane. La polizia timida raramente è intervenuta.

Così non deve stupire, né procurare particolare allarme, se qualche giorno fa il sottoscritto e Goffredo Merolla, di TV2000, abbiamo ripetutamente rischiato la pelle, sulla nostra moto, nel tentativo, infine riuscito, di raggiungere l’aeroporto, dal quale sarebbe partito Goffredo, le memorie cariche di immagini. Inizialmente Santo, una grande arteria di Port-au-Prince, era semplicemente invasa da massi, tronchi, copertoni bruciati, copertoni in posizione per esserlo fra breve. Poi sono comparsi uomini, gruppi di uomini.

Molti a volto coperto. Minacciosi.

Ci accolgono con pietre in mano. Blanc, blanc!, urlano. David, il nostro chauffeur, avanza, si fa incontro agli esagitati, risoluto. Non è ammessa la paura. Bisogna lasciare loro il dubbio che siamo dei loro, forse di una gang, potremmo, possiamo, un grave errore toccarci. Sono ragazzi semplici. Ci spingono. La moto davanti alla nostra si piega, sta per cadere. Un ragazzo, fra i leader di questa barricata, un grosso calcinaccio in mano, arma estremamente povera, più da resa che da offesa, sfoga l’impotenza, fa il gesto, solo il gesto, di colpire un viaggiatore, gli ordina di scendere, quello non vuole, dice perché, forse ora reagisce, sembrano due cani che si ringhiano furiosamente, ma la minaccia pare concreta, il viaggiatore cede, scende dalla moto, si prepara al peggio, ma si fa avanti uno panciuto, meno giovane, più compassato, gestisce l’altro, gli mette una mano sulla spalla, lo induce a fermarsi, non attuare, considerarsi soddisfatto. La carcassa ancora a fuoco di un’auto, bruciata forse un quarto d’ora prima, mi dice che non sempre va bene, con questi. Tocca a noi. Ci invitano ad avanzare verso un filo di ferro teso, volete passare, pagate, blanc, blanc, pagate, che volete qui, chi siete, siamo presse, balle, siete ricchi, ora vi sistemiamo noi, siamo presse per davvero, stiamo andando in aeroporto, hai mai visto due ricchi su una moto come questa? I soldi non escono. David, Goffredo, io stesso, la vediamo nello stesso modo: ostentare sicurezza, non cedere, anche se ci colpissero, continuare a sfidarli. Forse cedono, non gli piace, non abbiamo dato nulla, allora indicano il lato sinistro della moto, David annuisce, piuttosto che niente spillano benzina dalla nostra moto. Arrivano altri, ricominciano con le domande, io spero che non la prendano tutta, la benzina della moto, diciamo presse, presse, non abbiamo badge, non credono, chi lo dice che siete presse, chi lo sa se questo blanc, che poi è Goffredo, sia veramente un giornalista. Quando aprono la strada, rassegnati, mi fanno un po’ tenerezza, potrebbero essere i miei figli Thomas o Marcello, sono teneri, vogliono stabilire contatto.

Alla successiva barricata, David mi stupisce totalmente: la forza, accelerando a sorpresa. Passiamo veloci, inseguiti da sassi e bottiglie. Una bottiglia colpisce David, senza rompersi, ci urlano dietro, qualcuno corre a cercare qualcosa, un’arma, ma siamo già lontani, veloci, come a Port-au-Prince non si deve mai correre, perché può spuntare fuori una capra, un cane, una Toyota qualunque, non lo sai, e sei per terra, nel sangue. Finché alla rotonda delle tre mani è la polizia a fermarci, voi sì, la moto si ferma qua, misura di sicurezza, camminate, andate a piedi, o così o niente. Ci squadriamo. Siamo interi. Preoccupati ognuno dell’altro, come veri amici, anche se ci conosciamo da appena due settimane. Il pericolo unisce.

E mentre camminiamo, mi vengono domande. Cosa può spingere Goffredo Merolla, fotoreporter quarantenne romano, professionale, stimato, parecchio da perdere, ad accettare rischi così grandi, per riportare in redazione immagini, interviste? A me il suo lavoro serve come il pane, ne ho bisogno, Ne abbiamo anche parlato, dei rischi, ma le parole sono in deficit rispetto a un uomo che potrebbe costruire documentari scaricando immagini dalla Reuters, e invece insiste, dobbiamo assolutamente incontrare padre Rick, va bene partire senza preavviso per la Gonave, saliamo sulla barca, scendiamo, catturiamo scene di persone e animali, dormiamo tre ore, ripartiamo, viaggiamo in piedi su un pick-up strapieno, e non si mette a strillare, ma quasi se la gode, quando ci attorniano in cinquanta, noi bianchi, loro neri, noi privilegiati, loro diseredati, e tutto si gioca in un gioco di sguardi, tutto si decide sulla faccia tosta, sull’essere meno spaventati di loro. Provo gratitudine, ammirazione, e curiosità: dove l’hai comprata, Goffredo Merolla, questa bella incoscienza, questo amore per il tuo ruolo di notaio della realtà? Goffredo se la cava con una risata sarcastica, da sopravvissuto della specie degli uomini di una volta, mentre respira con me il fumo dei roghi, guardando lontano.