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A Port-au-Prince siamo prossimi alla rivoluzione: ad appena un anno e mezzo dalla partenza dei caschi blu, dopo quindici anni di occupazione, il fragile tessuto democratico del paese non ha retto, il sistema politico ha rapidamente riesumato l’antico vizio della guerra totale, del tutti contro tutti, delle bande armate che terrorizzano. La crisi è scoppiata a luglio, quattordici mesi fa, con i primi saccheggi, le prime manifestazioni violente. Oggi, fine settembre 2019, oramai è data per scontata la caduta del presidente in carica, democraticamente eletto, Jovenel Moïse, reo di aver lasciato a greppia vuota la vecchia guardia di senatori, deputati, imprenditori, affaristi dell’ex presidente Tet Kalè Martelly. Il nuovo Presidente, un anno fa, durante i mondiali di calcio, durante la partita Brasile-Germania, sperando che vincesse l’amato Brasile, ha ottemperato al diktat della Banca Mondiale, che condizionava nuovi aiuti alla fine delle sovvenzioni pubbliche ai carburanti, sovvenzioni che causavano una voragine da un miliardo e mezzo annuo  nei conti pubblici haitiani. La Banca Mondiale ha scelto proprio il momento della partenza dei caschi blu per imporre l’aumento dei carburanti, lasciando lo Stato indifeso davanti alla più che prevedibile, inevitabile rabbia popolare. Dopo due presidenti che non avevano osato affrontare il problema, Jovenel ha agito, con un decreto duro, necessario, che ha alzato i prezzi in media del cinquantuno percento, una mazzata insopportabile per i poveri di qua. Avesse vinto il Brasile, anziché la Germania 7-1, ci sarebbero state meno reazioni. Le opposizioni, le stesse opposizioni che avevano causato il problema, che si erano guardate dall’affrontarlo, che non avevano osato correggere e adeguare i prezzi alla pompa, hanno scatenato le gang, le quali, partiti i caschi blu, hanno festeggiato, dopo quindici anni di astinenza: hanno bloccato, taglieggiato, terrorizzato, imposto la legge della strada, a una popolazione quasi integralmente pacifica, disincantata, materialmente alla frutta. Non lo affermo per sentito dire, ma per constatazione quotidiana, qui nello slum, fra Citè Soleil e Citè Militaire, dove si cammina sull’urina, dove anche un secchio di acqua dolce per lavarsi ha un costo per la popolazione improponibile.

A Jovenel Moïse è stato addebitato di tutto, incluso, da parte del clan di Martelly, presidente all’epoca dei fatti, di aver imboscato alcuni miliardi di dollari erogati ad Haiti dal consorzio PetroCaribe. Le opposizioni hanno soffiato sul fuoco, giorno dopo giorno. Lentamente il paese ha rallentato, il cambio è scivolato del cinquanta percento, gli investitori sono scappati, la costruzione di una grande fabbrica tessile dietro la fondazione è stata interrotta, i precedenti frutteti ormai eradicati, i rampolli dei ricchi si sono iscritti a Chicago, i ricchi hanno esportato valuta, comprato titoli americani, sottraendo risorse del paese, accumulate nel paese, i poveri del paese hanno vissuto una inspiegabile ulteriore carestia di beni e opportunità, i capitalisti di Miami ancora una volta hanno raccolto il frutto della opportuna e benvenuta instabilità circostante. I social, maledetti social, si sono gonfiati di narrazioni fake, accuse ribalde a un Presidente spacciato per inefficiente, indeciso, incapace. Mentre il paese infine si fermava, del tutto, le strade occupate, le merci bloccate sulle navi, la benzina e il gasolio sulle petroliere, il carburante che non si poteva scaricare, perché i serbatoi a terra erano mezzi pieni, invenduti, trattenuti, finché il prezzo sarebbe salito, i bambini nel frattempo a casa da scuola, e la profezia si autoavverava: il Presidente non gestisce la situazione, non la gestisce più. Finito. Cosa avrebbe dovuto fare? Ordinare alla polizia di sparare, fare qualche morto, fra i ragazzi delle prime barricate? Non avrebbe risvegliato la giusta rabbia popolare? È possibile governare democraticamente un popolo caratterizzato da un tasso di ingiustizia sociale così assurdo, dove i miei amici di PV hanno tutto, tutti gli altri zero? Dove non più di una piccola minoranza ha i dollari in tasca, ragiona democraticamente, purché non si redistribuisca la ricchezza? Gang a parte, mala politica a parte, il malessere dei diseredati è legittimo, corretto, perfettamente comprensibile, non si può non simpatizzare, non essere d’accordo. Il problema è come uscirne. Come aiutare gli haitiani, i poveri, i cui parlamentari percepiscono in nero una rotonda tariffa, per ogni voto democratico, un voto di fiducia sono ventimila a senatore, diecimila a deputato, dollari verdi si intende, tutti si vendono per danaro, a cielo aperto, si combattono, si assassinano anche, per la villa a Petion Ville, per l’aria condizionata, i ristoranti, l’affluenza?

Ad Haiti da settimane si circola prevalentemente a piedi, qualcuno più ricco in moto. Se non può farne a meno, la gente si incammina, a piedi, unico mezzo un tempo, da qualche lustro soppiantato da ex autobus scolastici gialli, da fumosi tap tap. Persone affrontano decine di chilometri, a piedi, trasportando bambini, cose, acqua, scorte, una terminabile fila verso est, una opposta verso ovest. I rivoltosi si concentrano sui veicoli, selezionano i veicoli come proxy del proprio nemico di classe, non guardano i pedoni, non li mettono a fuoco, non vogliono metterli a fuoco, incontrerebbero anche sguardi disapprovanti, in specie femminili, sguardi delle proprie madri e sorelle. Così alle auto, emblema della non-fame, è riservato il lancio di pietre, che infrange i vetri, terrorizza. Oppure, uno schizzo di gasoline, un fiammifero, e via, prova a uscire in tempo, se riesci. Il mal comune attrae. La sventura del negoziante ricambia. Il linciaggio della signora bene regala sghignazzo. Perché tutto questo? A che serve questo secolare dramma haitiano? I poveri, manipolati dalle élite, un po’ si sentono protagonisti, trovano opportuno dire basta, svaligiare, uccidere, fare pay lok, paese bloccato, rien ne va plus.