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Aeroporto. Arriva dall’Ecuador Goffredo Merolla, di TV2000. Viene per documentare non solo l’ennesima rivoluzione di Haiti, ma anche il lavoro di GasMuHa, dal suo reportage nascerà un programma televisivo che ci vedrà protagonisti. Ha dormito tre ore, fra la foresta amazzonica, Panama e Port-au-Prince. Lo hanno anche fermato gli ecuadoriani, sospettandolo narco. È ancora carico di energie, Goffredo.

Lo trascino sulla prima moto, alle prime interviste. Iniziamo con un imprenditore. Il quale appare contratto, non osa dire. Si arrampica sui vetri, per non suonare critico del sistema. In serata, mi chiamerà, preoccupato, per cancellare l’unica parte dell’intervista dove aveva detto qualcosa. Aveva detto, più o meno: la ricchezza a Haiti è mal distribuita. Anche questa frase, a suo avviso, può essere male interpretata, quindi ci chiede di espungerla. Ho pena per il mio amico. Immagina rappresaglie. Fra vendette economiche e omicidi politici, ad Haiti può permettersi di parlare solo chi non ha nulla da perdere. È davvero sottile il ghiaccio sul quale il mio amico cammina. La sua intervista è da buttare via.

Intervista al mio amico gesuita Jean Denis Saint-Félix, il capo qui. Finalmente un haitiano che parla chiaro.

  • Lo sa che Haiti produce una grandissima quantità di musica di buon livello? Di arte, si immagina?

Appassionato. Gli brillano gli occhi. Il suo popolo merita il riscatto.

  • Noi crediamo che la via d’uscita dalla situazione attuale sia l’educazione. Per questo investiamo nelle scuole. Abbiamo diciotto scuole. Danno accesso a bambini poveri, senza possibilità. La scuola cambia la loro vita, e quella del paese.

Si scaglia contro il sistema politico.

Ascoltare JD è un piacere. Sono felice di poter lavorare per lui, per la Compagnia di Gesù qui.

ll successivo appuntamento salta, il giornalista-economista è bloccato altrove dai disordini.

Scendiamo per Delmas. Al cavalcavia dove siamo diretti si levano alte colonne di fumo nero. Ci fermiamo a riprendere dalla collina. Poi scendiamo, con cautela, tentiamo di attraversare. Migliaia di manifestanti. Decine di copertoni alzano fiamme rosse, fumo nerissimo. Si vedono principalmente giovani. Poche le donne. Hanno letto di questo assembramento sui social, hanno ascoltato i proclami incendiari, di qualche improbabile agitatore, sono venuti qui a vedere. Niente appare più protettivo di una folla che manifesta. Ci si sente tutti dalla stessa parte. Come se, nel sangue collettivo, fosse esclusa la circolazione di virus ostili. Invece no. I virus se la spassano, sono letali, la fanno da padrona, i registi gongolano, seguendo le gesta delle proprie gang, da case condizionate, su schermi a cento pollici.

Eccoci. Entriamo in contatto con la folla. Qualcuno si accorge della macchina da presa. Fanno per fermarci. L’autista, che sa vivere, accelera. Qualcuno fa voce, cerca di avvisare avanti, di fermarci. Sgusciamo oltre. Altre barricate. Pietre e massi, per terra. Gimkane. Fumo. Non si passa. Dovremmo andare a nord. Siamo costretti a risalire verso la Repubblica Domenicana. L’arteria stranamente si fa vuota. Ecco perché. Ignari, stiamo raggiungendo il Nemico. Camionette. Esercito in assetto da sommossa. Non paiono fare sul serio. Stanno in piedi, guardando i roghi, senza fare nulla. Troppo pochi. Cosa potrebbero fare, una ventina di militari, contro un’intera città? È un dispiegamento di testimonianza. La folla li potrebbe annientare. Non resterebbero immagini, prove a carico. La folla non infierisce.

Incontriamo padre Rick Frechette, all’interno del più grande e professionale complesso ospedaliero di Haiti: Saint Luc, pediatrico, Saint Damien, per adulti. Non veste da prete. Veste come un marine. Ci accoglie a bassa voce, lo sguardo gentile, la voce tenera, come non ti aspetteresti da una quercia d’uomo a capo di un impero del genere. Causa barricate, ci siamo presentati con un’ora e mezza di ritardo. Ha già un altro impegno, padre Rick. Ciononostante, si lascia microfonare, inizia a rispondere alle domande di Goffredo. A gennaio ricorre il decennale. Come ricorda i giorni dopo il terrenmoto. Qui intorno, sembrava una scena di guerra. Gente ferita ovunque, senza arti, con arti schiacciati. Esistevano due ospedali in quei giorni, uno dentro le mura, uno fuori. Abbiamo operato a mani nude. Morivano di cancrena, nel dolore più atroce, a migliaia, ma noi potevamo fare qualcosa, non di più. Questa è la cosiddetta repubblica delle ong. Funziona? No, il più delle volte no. Le ong fanno quello che gli gira, non si coordinano. Sarebbe molto meglio sé tutte le risorse fossero impiegate in uno sforzo coordinato, razionale. Tante volte, le ong vengono, iniziano qualcosa, scattano delle foto, appena il focus dell’emergenza scema vanno via, quello che possono aver iniziato crolla, inevitabilmente. Cosa servirebbe per risollevare Haiti? Servirebbe una cosa sola: jobs, jobs, ancora jobs. Posti di lavoro. Dignitosi. Pagati il giusto, non a livelli di sfruttamento, come avviene sempre. Se tutti i miliardi di dollari arrivati qui, fossero stati usati per creare strutture, strade, scuole, si sarebbero creati posti di lavoro, la situazione sarebbe rapidamente migliorata. La gente fugge dalle campagne, ingrossa Port-au-Prince. È giusto così? È sbagliato, sbagliatissimo. Quando sono arrivato a Haiti, trentadue anni fa, la popolazione era di cinque milioni, ed era al collasso. Mancavano gli ospedali, le scuole, tutto. Oggi che siamo a undici-dodici milioni, la situazione è ancora peggiore. Port-au-Prince ha superato da tempo le dimensioni della gestibilità. Ma in campagna manca tutto: acqua, attrezzi, recinzioni, sementi. Allora un ragazzo che semina, che vede andare a male il raccolto, in campagna muore di fame, letteralmente. Allora parte per la città, dove, almeno, può mendicare. Ma è sbagliato. Bisogna dare alla gente i motivi per restare nelle campagne. Come giudica la politica haitiana? (Padre Rick su questo si esprime con durezza evangelica). Siete impegnati nell’educazione? Abbiamo diciottomila bambini nelle nostre trentasette scuole. L’educazione è la risposta, è la via maestra. È un fiume di risposte, padre Rick Frechette. Non si può non volergli bene, da subito, a questo canadese di origini polacche.

Salutandoci, insiste nel farci vedere i maiali autoctoni. Li abbiamo scovati in montagna. Sono rarissimi. Il maiale americano li ha soppiantati interamente quando, nel 1916, Haiti è stata invasa dagli Stati Uniti. Grazie a questi esemplari, cerchiamo di ripopolare il paese. È appassionato, padre Rick. Conclude così: per il tuo ospedale alla Gonave, passa con un furgone, i letti da ospedale te li do io.